sabato 1 novembre 2008

Mare Dentro - Alejandro Amenàbar

Titolo: Mare Dentro
Produzione: Spagna, 2004.
Genere: Drammatico
Regia: Alejandro Amenàbar
Cast: Javier Bardem, Belen Rueda, Mabel Riveira, Lola Dueñas, Mabel Rivera, Celso Bugallo, Clara Segura, Joan Dalmau, Alberto Jiménez

Ha voglia di morire Ramòn, ventott'anni prigioniero del suo stesso corpo, tormentato da catene di pelle e stoffa bianca. Quando una semplice camera diventa la tua tomba ed il letto non altro che una morbida e comoda bara. L'unica differenza è il poter essere testimone della tua morte, essere coscienti del fatto che non stai vivendo, che la vita non è quella. Libertà senza vita non è libertà, così come vita senza libertà non è vita. Questo il pensiero di fondo di Ramòn Sampedro, interpretato da un Javier Bardem sarcastico e sorridente, un uomo costretto per più di metà della sua vita a letto. Tradito dal mare per cui viveva, dalla soffice sabbia che gli ha spezzato il collo, da un maledetto tuffo sbagliato che l'ha reso tetraplegico.
Una storia vera che ha il sapore forte e salato dell'acqua marina, le tinte passionarie della Galizia spagnola, l'aspetto umido e fresco di un'estate cominciata ma non ancora arrivata.
Quando Ramòn decide qualcosa non c'è nulla da fare: non può muoversi, ma riesce ad imporre la propria volontà grazie a quella saggezza e quei pensieri che anni di infermità ti rendono possibile formulare con calma. Così quando sceglie la strada dell'eutanasia le urla di suo fratello diventano improvvisamente sussurri ed il silenzio di tutta la famiglia resta tale.
Il suo caso sale agli onori di cronaca, è il primo a chiedere l'eutanasia apertamente, come afferma, anche se è praticata clandestinamente già da tempo. A far intendere che non è il solo, non è l'unico, non è un caso a parte. Il suo gesto può essere interpretato come una fuga dai problemi, ma è una fuga portata avanti con coraggio fino all'ultimo respiro, esposti all'opinione pubblica, a migliaia di divinità ultraterrene improvvisate che decidono se devi continuare a vivere oppure no.
Dalla nube grigiastra che ti circonda quando alzi un simile polverone, vengono fuori due donne che incrociano la vita di Ramòn, rendendo la sua decisione fino ad allora cristallina in parte più problematica: Julia, avvocatessa affetta da una malattia degenerativa, l'unica a cui l'uomo è disposto ad affidare il proprio caso. E Rosa, che nella sua schiettezza e voglia di vivere sembra quasi un regalo caduto dal cielo, un ultimo tentativo da parte di qualcuno lì in alto di fargli cambiare idea. In poco tempo metteranno in dubbio le sicurezze di una vita intera, nel vano tentativo di fargli riscoprire il piacere che c'è in una sigaretta, come in un bacio, come nell'amare.

Amenàbar affronta il tema in modo ineccepibile: ogni singolo aspetto della delicata questione viene preso in considerazione, tanto da far dubitare lo spettatore delle ragioni di Ramòn e della veridicità del suo problema. Tanto da rendere bisognoso di compassione non il protagonista, ma chi gli sta accanto. Alla forza di lui, ironico, divertente, si oppone l'evidente cappa di tristezza famigliare. All'amore irrazionale delle due donne, risponde la razionalità della Corte. Nulla viene tralasciato. Circondati da una Spagna immersa nella natura, un volo tra le verdi sfumature delle colline, per raggiungere il torrente e seguirlo fino al mare azzurro. E' anche questo Ramòn, è anche questo Mare Dentro. La volontà di morire si trasforma così in poesia, quella poesia, a cui questa vera e propria opera d'arte deve il titolo. Mar Adentro.

venerdì 31 ottobre 2008

Ed Wood - Tim Burton

Titolo: Ed Wood
Produzione: USA, 1994.
Genere: Biografico.
Regia: Tim Burton
Cast: Martin Landau, Johnny Depp, Patricia Arquette, Sarah Jessica Parker, Lisa Marie, Juliet Landau, Bill Murray, Vincent D'Onofrio.

Non so voi, ma io accingendomi a guardare un film che si prometteva di raccontare la vita di quello che è definito "il peggior regista del mondo", non mi aspettavo certo di ritrovarmi qualcosa di così emozionalmente bello tra le mani. Per la seconda volta (vidi prima Big Fish) Burton mette da parte le sue ormai celebri fiabe macabre, e riesce ad emozionare nel raccontare una storia fantastica nella sua normalità. Viene dunque da chiedersi se il regista abbia proprio bisogno di mantenere il suo singolare stile in tutti i film, quando se poi se ne distacca il risultato è questo.
Hollywood mostra orgogliosa le sue stelle, pronta a brillare della luce dei divi che abitano quelle strade. Sotto questa superficie d'acqua luminosa, però, c'è anche un fondale. Un fondale abitato da quei registi che non riescono - e qui la metafora è involontaria - a far emergere le proprie idee, e da quegli attori che pur di lavorare si prestano a recitare in qualsiasi progetto gli capiti a tiro. Un ambiente squallido, oscuro e sconosciuto. Come può tutto ciò mostrare il vero valore sentimentale della settima arte? Risposta banale ma d'effetto: con Burton, permettetemelo, tutto è possibile, anche rialzare la figura del "peggior regista di tutti i tempi" dai bordi di un marciapiede, levarle con accurati gesti della mano la polvere che ha sulla giacca, ed affermare con convinzione: "Tu sarai amato dal pubblico, che tu ci creda o no". Già, perchè nel raccontare come Edward D. Wood jr. infrange ogni regola del buongusto e del perchè venga considerato il peggiore nel suo campo, Burton riesce a tingere la sua figura in bianco e nero con splendide rappresentazioni di amicizia e ingenuità che fanno di Ed l'incarnazione dell'amore per il cinema. I risultati poi, di quest'amore, non importano, l'importante è cosa c'è dietro. Il suo primo lavoro, Glen or Glenda, è una mediocre pellicola sui transgender, progettata appositamente per dare in pasto al pubblico ciò che vuole: qualche nudo, buon trash e arrivederci. La pellicola, che si prometteva mediocre, ha però oltrepassato quel sottile limite che divide il trash dall'inutilità vera e propria. Ed si fa trasportare dalla sua mania di indossare vestiti da donna, infilando troppi sentimentalismi in una storia che già si prometteva scarsa di suo. I giudizi sono diversi ma viaggiano entrambi sullo stesso binario per eloquenza: questo film è una merda - questo film è uno scherzo. Mi soffermo a questo punto su una delle battute per me cruciali della pellicola. Un breve scambio di parole via telefono tra il produttore della Screen Classics e Wood, al termine del succitato lavoro. Due frasi rapide "Perchè nessuno vuole vedere quella merda!" urla il primo, ed a questo punto la risposta dell'ottimo Depp - e della voce affidatagli dal doppiaggio, personalmente apprezzata - nella sua scontatezza è spiazzante e profonda. "Ehi, non parlare così del mio film!". Un difesa tenue, convinta ma inguenua allo stesso tempo. Ed non è in grado di capire perchè il suo lavoro non sia apprezzato, l'amore per le pellicole da lui partorite gli offusca completamente la vista, non permettendogli una critica oggettiva. Esattamente come l'amore di un genitore nei confronti di un figlio lo porta spesso a travisare completamente la realtà dei fatti, a favore di un'immaginaria dimensione dove la propria creatura non può essere dissimile dalla perfezione. L'apice di una dichiarazione d'amore a quest'arte che ci mostra come la passione, nella realtà come nella finzione, non ha per forza bisogno di espressioni limpide, ma può anche essere un'opaca opera da quattro soldi. E' il pensiero che conta.
L'amore cede poi il posto all'amicizia, quella che nasce tra il regista e l'ormai spenta stella Bela Lugosi- "ma non è morto?!" -, famosissimo divo dell'horror nelle trapassate decadi. Quasi per caso i due si incontrano, Ed è un grande fan dell'attore e nel suo tradizionale essere ossessivo e appiccicoso, riesce a strappargli un passaggio in auto ed una successiva collaborazione ai suoi tre lungometraggi. Difatti non è solo Glen or Glenda l'unica perla del worst director ever: ci porterà anche spasso nella fantascienza e nell'horror con La sposa del mostro e Piano 9 dall'Interspazio, spaziando da riprese della durata di 4-5 giorni ad attori e scenografie di fortuna, per terminare anche con il furto notturno di qualche effetto speciale che troppo denaro richiedeva al suo modesto budget.
Burton fa del peggior regista di tutti i tempi una persona sensibile, giovane e candida, trasformando persino i suoi pochi lavori in veri e propri oggetti di culto, oggi rivalutati. Al resto ci pensano Johnny Depp e Martin Landau, premiato con l'Oscar per la paurosa interpretazione di Lugosi. Il definitivo bianco e nero, che fa rimpiangere solo quelle che dovevano essere i colorati costumi e scenari delle varie produzioni, sancisce in conclusione quello che è l'ennesimo gioiellino, e molto probabilmente uno dei più splendenti, regalatoci dallo story teller di Burbank.

lunedì 27 ottobre 2008

Io, ho qualcosa da raccontare. [riflessione]

Dopo una ricerca sulla storia del cinema fatta quest'estate per semplice curiosità personale e per mettere in ordine le varie informazioni che via via mi si paravano davanti, riciclata poi a scuola come compito per le vacanze. Dopo qualche recensione che avevo qua e là, e che all'occorrenza ho spacciato per tema argomentativo (con le dovute correzioni e applicando un processo di regressione lessicale, per non sorbirmi i soliti "sei sicuro che è tua? sei sicuro che non l'hai copiata?" - "si, ne sono sicuro, diamine"), portando Fight Club di Fincher come "esaltazione di qualcosa che apprezzi" e Kung-Fu Panda come "distruzione di qualcosa che ben ti sta sulle palle". Bene, dopo queste due esperienze in cui la mia passione mi ha fornito un buon aiuto, oggi siamo arrivati a tre. Dobbiamo elaborare un tema in classe, e tra le tracce cosa mi capita? "Parla della felicità nella società di oggi". Ho recensito il giorno prima The Air I Breathe ed automaticamente il mio primo pensiero va a questo film ed alle tematiche che affronta e che mi sono divertito ad analizzare. Buona parte del tema è incentrata proprio sulle vicende di Forest Withaker e Trista, entrambe in qualche modo legate alla felicità attuale.
Ho percepito una bella sensazione, in quel momento è come se mi fossi elevato al di sopra degli altri. Io avevo qualcosa da raccontare, avevo visto con i miei occhi questa società di oggi e potevo parlarne. Vedere film è come avere sempre un colpo in canna, un asso nella manica. Come essere testimone di migliaia di avvenimenti che altri non possono nemmeno immaginare. Ecco, è ciò a cui ho pensato, e per qualche secondo mi è piaciuto davvero.

domenica 26 ottobre 2008

The Air I Breathe - Jieho Lee

Titolo: The Air I Breathe
Produzione: Usa, 2007.
Genere: Drammatico
Regia: Jieho Lee
Cast: Forest Withaker, Brendon Faser, Sarah Michelle Gellar, Kevin Bacon, Andy Garcia.

Sarà la fotografia cupa di Walt Lloyd, ma l'aria che si respira per l'intera durata di The Air I Breathe è un'aria pesantemente negativa, intrisa di sconfitte all'interno di vite normali, di quotidiana tristezza, di sogni spezzati. Cupa, come un'immagine riflessa su un vetro rotto.
Un proverbio cinese divide la vita in quattro pietre ancestrali, ognuna a rappresentanza di una fondamentale emozione. Jieho Lee fa lo stesso: il film assume il ruolo dell'esistenza, i quattro personaggi presentati quello degli stati d'animo alla base di essa. Ci ritroviamo così di fronte a protagonisti senza nome la cui unica identità è l'emozione che rappresentano.

Happiness.
Forest Withaker è un'impiegato. Ha studiato tutta la vita credendo fermamente che l'avere un lavoro dignitoso ed una buona paga fosse la vera fonte di felicità. Felicità? A volte, raggiunto un obiettivo ci si accorge di aver forse intrapreso la strada sbagliata, di aver portato avanti un progetto che più che felice, rende solo temporaneamente appagati. "Talvolta rischiare tutto è l'unica carta che hai". E' nel bagno del suo ufficio quando, senza volerlo, i suoi colleghi gli presentano una di quelle occasioni di fronte a cui il destino ti pone poche volte nella vita. E' rischiando che si raggiunge la vera felicità? O essa è semplicemente dinanzi ai nostri occhi, in qualsiasi momento, perchè si nasconde nelle azioni che compiamo quotidianamente? "Hai una bella casa, un buon lavoro, sei perbene. Ed hai mandato tutto all'aria. Perchè?". Difficile biasimare il "non lo so" di Forest, difficile dare una risposta a queste domande.

Pleasure.
Quanto può essere utile prevedere un futuro già scritto? Essere testimoni di qualcosa che sta per avvenire e non poter modificare il corso degli eventi? Parecchio, se sfrutti questa dote per investire denaro. Molto, se devi continuamente ricordare alla gente di pagare i debiti all' l'elegante "uomo d'affari" Andy Garcia. Poco, però, se hai appena previsto una disgrazia. "E qualche volta le cose che tu non puoi cambiare, finiscono per cambiare te". E' questo ragionamento ad aver cambiato il modo di pensare e di agire di Brendan Faser. Quello che era un ragazzino pronto a mettere la sua dote al servizio di un amico, ha presto imparato a sfruttarla per anteporsi alle mosse dei vari individui che, qua e là, devono i soldi a "Dita". L'unico piacere, forse, in una vita del genere, è scoprire che a volte ci si sbaglia. Che non andrà come si immagina. Che le cose possono cambiare. E che siamo noi a poterle modificare.

Sorrow.
Trista non è la solita faccetta carina, lei ha qualcosa da dire, pur essendo la solita diva bella brava e bionda. Cosa la rende non ordinaria, tuttavia non lo sa. Mentre cerca una risposta a questa domanda, s'imbatte però in altre risposte. Forse non è poi così felice, non è poi così ricca, non ha poi così tanti amici come le appariva. Nel tentativo di scoprire cos'ha in più degli altri, si accorge invece di ciò che non ha, e tenta di rimediare a questa mancanza. E' nelle cose ordinarie la vera felicità: tra quattro mura, nell'amare ed essere amati, nell'avere un figlio. Distaccarsene porta solo alla tristezza.

Love.
Può un uomo avere come solo scopo nella vita quello di amare? Kevin Bacon ha amato fin dall'età di dieci anni ed ora il suo amore è rivolto alla donna del suo migliore amico. Situazione che potrebbe portare a conseguenze disastrose, ma che in questo caso diventa l'unica via di salvezza per tutti. Dimostrare quest'amore non attraverso gli ordinari gesti. Dimostrare come l'amore può essere la soluzione a qualsiasi problema. Paradossalmente, è questo lo scopo di un uomo che in tutto quest'amore, non ha nessuno affianco.

Sviluppato bene nelle prime due storie, incontriamo un Forest Withaker magnfico nella sua interpretazione, in grado di dare parola anche alle goccie di sudore. Difatti è soprattutto grazie a lui se l'opera si mostra promettente ed emozionante sin dalle prime immagini. Non sfigura nemmeno Brendan Faser, che nel suo essere enigmatico risulta un personaggio con parecchio carisma. Entrambi accompagnati dalla propria voce, che nel narrare tira fuori quelle che poi sono le citazioni più interessanti e di cui ho appena fatto uso. Sarà questa voce narrante che nei due episodi successivi è introdotta in dosi minori o viene a mancare completamente, fatto sta che questo primo lungometraggio dell'americano Jieho Lee perde i punti che aveva guadagnato a suo favore tutti nel finale: anonimo in alcuni casi, forzato in altri.
Occasione persa, idea sfruttata discretamente, con tutti i meriti dovuti in ogni caso ad un regista esordiente ed ad una musica azzeccata ed evocativa. Un vero peccato, perchè The Air I Breathe sarebbe potuto essere davvero un ottimo titolo, mentre resta non altro che un film sufficientemente piacevole.

L'amore non ha età. E nemmeno orario. [intro]

L'orologio segna l'una e trentanove di notte, piena notte. Decisamente un bel momento per buttare giù qualche riga, riflessioni provenienti dalla piatta pace del buio, dal silenzio dell'oscurità. Se ne accumulano troppe ultimamente, per la testa: il cinema è mutevole, attivo, soprattutto in questo periodo dell'anno, nel mite autunno ottombrino. Ho bisogno di una dispensa dove stipare questi pensieri, per poi potermene nutrire all'occorrenza. Dare una passata di colore a questa dispensa non farà che abbellirla, decido dunque di stabilirne la caratteristica principale, o forse solo di mettere le mani avanti. Dico apertamente la mia età, ho quindici anni ed amo profondamente il cinema, un amore scoccato grazie a quello che si può definire tranquillamente il più semplice colpo di fulmine, avvenuto nell'ormai passata, e parecchio rimpianta, estate. Il cinema si è insinuato in me in un momento di particolare debolezza e fragilità, senza troppi problemi. In seguito la corazza si è indurita, ma oramai esso era sotto questa corazza, e non poteva più uscirne.
Ed adesso sono sempre qui, è l'una e quarantadue, e maledico questo nuovo orario in cui tutti abbiamo mandato le lancette indietro di un'ora, perchè dovrò aspettare sessanta minuti in più del dovuto mentre il sonno comincia a farsi largo. Qualche mese fa a quest'ora sarei stato già a letto, ora invece sono seduto, stanco, scomodo ed annoiato, ad aspettare Anything else di Allen che comincerà alle 2:45. Follia? Due mesi fa l'avrei considerata tale, probabilmente. Ora invece trovo più adatto il termine passione.